PROLOCO SANT'ARPINO

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1° Classificato

IL TENENTE MACRI'


Giuseppe Macrì1913. Un pomeriggio con

Mi trovo nel suo studio, è di fronte a m3, seduto sulla sua poltrona preferita. Nella stanza aleggia un buon odore di riso e pesce spada, il suo piatto preferito. Sta leggendo come ogni sera il componimento poetico di Carducci che più gli piace. Il rituale è sempre lo stesso, continua a leggere mentre aspettiamo il “Don Giusè” di Filomena che ci avvisa che è pronta la cena. Dalla finestra aperta arriva l’eco di un canto: “Alle grida strazianti e dolenti di una folla che pan domandava, il feroce monarchico Bava gli affamati col piombo sfamò” : “Tiranni maledetti.” Esclama, Don Giuseppe.
Tutto d’un fiato gli chiedo: “Ti prego, parlami della tua storia.” Mi guarda, beve lentamente un sorso di the dalla tazzina appoggiata sul tavolo davanti alla biblioteca e inizia il racconto.
:“Ho fatto proprio bene a lasciare Messina, la mia terra natale, donna Filomena mi chiede spesso il perché di questo cambiamento, ma per me è difficile spiegare, e così le rispondo sempre con “
Trinacria: terra ce trema è.” In realtà mi sono allontanato dalla Sicilia, perché è come se quella terra mi avesse tradito, mi avesse deluso. Ho assistito a troppi spargimenti di sangue, la mia terra non è mai riuscita a superare le sue contraddizioni, e così, con il passare del tempo si era gonfiata di odio, guerra, e non riusciva più a uscire da questo tunnel, non riusciva a prendere decisioni che andassero bene per tutta la comunità. Io ne ho sofferto troppo, ed ancora oggi ho paura che da un momento all’altro da tutto quell’odio possano venir fuori immense catastrofi, ed è per questo che ho voluto allontanarmi da Messina. Ma l’odore di mare è rimasto impresso nella mia mente, quest’odore che spesso mi spinge a tornare nella mia Zancle, porto naturale a forma di falce.”
:”Cosa pensi di questo palazzo.” Gli chiedo.
Chiude il libro e tocca la pelle della poltrona. :”Trovo che questo palazzo sia pieno di magia, ho fatto proprio bene a comprarlo. Quando sono arrivato a Sant’Arpino, nel paese si raccontava che fosse infestato dai fantasmi, ma io non ho paura, sono solo delle anime in cerca di quella quiete strappatagli all’improvviso nella vita. Certo i primi tempi sono stati un po’ turbolenti, con tutte quelle voci su me e Filomena, ma col passare del tempo si sono affievolite sempre di più, fino a spegnersi del tutto.
Filomena …quante se ne sono dette sulla mia Filomena! Molto spesso mi accorgo che sente pezzi di discorsi fra me e i miei discepoli durante le varie sedute private. Nella sua vita la tormentano tre nomi a me cari : “La vedova e Ausonia”. Oh Filomena, mi dispiace non poter corrispondere i suoi sentimenti, ma per me è solo la mia “medium”, la mia “sensitiva”. E’ una donna di grande talento, e il tenerla chiusa con me in questo palazzo le ha fatto odiare tutto quello che c’è al di fuori di queste mura, ed io me ne rammarico molto! Posso solo prometterlo che staremo sempre insieme, anche nel mondo dei morti.” Ispira lentamente e si alza a fatica dalla poltrona. Si affaccia al balcone e guarda fuori. Forse pensa al sepolcro che ha fatto costruire per se e per Filomena.
:” Se tu potessi parlare al popolo di Sant’Arpino cosa gli diresti?.”
:” Ah Sant’Arpino, si sempre fiero di te stesso e della tua magnifica storia! Poveri cittadini, vi è stata negata l’alfabetizzazione perché dovete sfamare i vostri bambini e non avete altra alternativa che dare le vostre braccia alla terra. Mi sento inutile, non riesco a trovare un modo per aiutarvi, voi mi avete dato tanto e io non riesco a ricambiare i vostri favori, vi posso solo promettere una cosa, alla mia morte tutto ciò che è mio sarà vostro.”
:”Come mai ti interessa lo spiritismo?.”
:”Sant’Arpino non può rispondere a tutte le mie domande, e questo mi tormenta. Se penso a quel tavolino rotondo che accoglie i miei ospiti durante le varie seduta spiritiche, inizio a capire che sono per me l’unico rifugio quando non riesco a dare risposte razionali ai miei dilemmi.”
La nostra chiacchierata viene interrotta da un rumore proveniente da fuori. Qualcuno sta bussando alla porta. Il tenente prende distrattamente un mantello appoggiato alla poltrona e corre fuori mentre lo indossa. Io lo seguo rimanendo in silenzio. Apre la porta e davanti a noi vediamo un ragazzo. E’ un fanciullo sui dodici anni, ha il volto bianchissimo ed è molto magro. Ci guarda con occhi supplichevoli. Giuseppe già sa quello che vuole. Lo invita ad entrare, ma il ragazzo rifiuta, indicando una donna con una bambina in braccio poco distanti dal palazzo che ci osservano con sguardo preoccupato. Giuseppe chiama subito Filomena e si fa portare tre pezzi di pane fresco, una caciotta e della frutta in una cesta e una coperta. :”Ecco.” Dice al giovane, lui li prende, guarda il bottino con occhi sognanti e dopo averlo ringraziato corre dal resto della famigliola con aria trionfante. Rimaniamo a guardarli fin quando, svoltando l’angolo di via Ferrùmina, scompaiono alla nostra vista. Chiudiamo la porta e dopo uno sguardo s’intesa, ritorniamo nello studio e ai nostri discorsi. Si siede alla scrivania. :”Quanta gente viene a chiedermi da mangiare, quanta gente elemosina, ed io li voglio accontentare sempre, è il minimo che possa fare per questo paese e per queste persone.” Mi dice.
Chiude gli occhi :”E’ incredibile come passi in fretta il tempo, sembra ieri quando mi arruolai nei garibaldini, con il sudore della fronte ero riuscito a raggiungere il grado di sergente e successivamente di tenente. Nonostante adesso faccia il commerciante di prodotti agricoli, la gente continua a chiamarmi “
Tenente”. Comunque penso di aver fatto bene a diventare commerciante, è anche grazie a questo lavoro che riesco ad accontentare i bisogni dei cittadini che vengono a chiedermi aiuto.”
Guardo la stanza, vicino al muro ci sono moltissimi quadri :”Ti affascina l’arte?.” Gli chiedo. :”Si, moltissimo, e l’opera che preferisco è la “
Resurrezione di Lazzaro” del Caravaggio. Ogni volta che vedo quest’opera è come se fosse la prima e non riesco mai a fare a meno di stupirmi dello splendido uso che Caravaggio fa della luce, sembra quasi che con essa riesca a sconfiggere la morte. :”Don Giusè” La voce di Filomena ci distoglie dai nostri pensieri e dalle nostre parole. E’ pronta la cena! Corriamo nella sala da pranzo dove Filomena è già seduta a tavola ad aspettarci. Finita la cena ognuno si dirige nelle proprie camere. Don Giusè mi rivolge ancora qualche parola :”Sai, stavo riflettendo all’incredibile spazio vuoto che circonda il mio palazzo. Penso a Messina, mia terra di origine e a Sant’Arpino, terra dove vivo … mi è venuta un’idea, un modo per unire per sempre queste due terre che hanno fatto e fanno parte tuttora della mia vita. Si, si, ho deciso, domani farò edificare vicino al palazzo una cappella dedicata alla Madonna della Lettera. La protettrice di Messina a Sant’Arpino, si è perfetto. Che ne pensi?.” :”Penso che per fare del bene non sia così necessario aderire in alcune cose, ma trovo piacere al pensiero che i cittadini di Sant’Arpino si ricorderanno di me ogni volta che entreranno nella cappella per pregare…”
Il suono della svegli, mi riporta bruscamente alla realtà, sono le 7,30 e devo andare a scuola, ma il ricordo del colloquio con il tenente Macrì è ben vivo nella mia mente. E poi, ripensandoci bene, le parole di Don Giuseppe sono proprio, il frutto di tutto quanto ho letto su di lui. Penso proprio che nel mio compito per il concorso, racconterò questo sogno bellissimo che mi ha portato indietro nel tempo di due secoli.

Matilde Di Lorenzo
Classe: II Sezione: E
Scuola: Ist. Comprensivo Vincenzo Rocco
Sant’Arpino


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