PROLOCO SANT'ARPINO

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La tradizione del Carnevale Atellano

CARNEVALE ATELLANO

a quelli che hanno visto
e non ci sono più
a quelli che vedranno
e non ci sono ancora







MA DOVE SONO I CARNEVALI DELL’ALTR’ANNO?
Giuseppe Montesano


“Arriva! Sta arrivando! Eccolo!”
“Chi, chi sta arrivando?”
“Eccolo, eccolo, viene! Non senti le tammorre che ciarlano e trillano? Non senti il clarino che fischia e stona? Non senti il suonatore di grancassa che batte cupo sul ventre del tempo?”
“Ma io non sento niente!”
“Non lo vedi? Io lo vedo! Il corteo scende per la via, si battono le mani, si strilla, si ride, si balla! Come fai a stare fermo? Vieni con noi! Non restare chiuso in casa! Esci, esci per strada!
E’ cominciata la quadriglia,
changez la dame, messieurs et mesdames! E’ c’è la Morte, ma è una Morte che non fa male! Stasera la Morte deve ballare al tempo delle nostre tammorre!”
!Ho paura della Morte…”
“Non devi aver paura, adesso arriva il Re, e siede a tavola con noi! Il Re che è anche Regina, che è uomo e bestia, che è sopra e sotto, che è riso e pianto, che muore e rinasce! Allora vieni?”
“Non ti capisco! Chi è questo Re? E come fa a essere tutte queste cose? E poi i Re non sfamano il popolo, ma lo affamano! Lo taglieggiano con giudici comprati e funzionari servi, lo mandano in guerra a crepare, e se solo prova a protestare lo chiudono in galera e lo impiccano!”
“Quelli sono i falsi Re! Sono i ladri del popolo, i ministri ignoranti e bugiardi, i lacchè pronti a calpestare i deboli, gli avvocaticchi pronti a leccare le scarpe ai forti! Quelli sono usurpatori, non Re! Il nostro Re è Re per un giorno, non ha alcun potere, è fratello mio e tuo, si fa ammazzare per noi, e dal suo ventre squarciato esce l’abbondanza!”
“Ma chi è? E dov’è?”
“E lui! Non lo vedi? E’ qui, è tornato, non se n’è mai andato, è uno di noi, sei tu, sono io, siamo tutti, non è nessuno, e arriva, arriva ogni anno! Non lo vedi? E’ tornato Vincenzo…”
“Vincenzo?”
“Si, eccolo, il Re è tornato! Il nostro Re,
Vicienz’ ‘e Carnavale, è di nuovo qui…”
Cominciava nelle strade vuote del pomeriggio, il Carnevale. Cominciava che era ancora giorno, nella luce corta di febbraio che muore improvvisa nel buio. Cominciava con la processione di maschi vestiti da femmine, le labbra truccate di rossetti densi e grassi, i seni gonfi e i fianchi imbottiti: e con le femmine vestite da maschi, le giacchette attillate e i baffi e le barbe disegnati a carboncino. E piano il rivolo di gente si ingrossava, come un fiumiciattolo che diventa un fiume in piena. Come una sacra processione capovolta, il corteo col Pazzariello, la Morte, il Cardinale e tutti quanti, entrava nei
luoghi, e in ogni cortile, a ogni stazione della sua Via Crucis trasformata in Via del Piacere, il corteo festeggiava la vita indistruttibile del corpo che gode, del corpo che muore e rinasce a ogni notte, a ogni anno, a ogni rivoluzione del Tempo Grande. E in quei cortili di terra battuta o di bàsoli consunti, Zeza beffava ancora una volta l’ordine fasullo, insegnava che nessuno può trattenere il dio Eros, che la legge può diventare una buffonata, che la religione deve inginocchiarsi di fronte alla creatura che soffre e gode, e che breve è il tempo di gioia dei mortali. E nei luoghi si sostava, si ballava, si recitava, si suonava, si rideva: e tutti erano pubblico, e tutti erano attori. Il Carnevale apriva le porte delle case ma anche le porte del cuore, e faceva circolare il sangue popolare, il vino, il vino che trascinava i ballerini e i travestiti e le maschere fino alla fine della notte.
Da dove veniva quel corteo? Veniva da tempi antichissimi, da tempi inabissati. I tempi in cui il corpo era sacro e il cibo e il vino un dono degli dèi, i tempi in cui la vita era amara per i poveri e i misteri, allora, almeno un giorno, un giorno a ogni ritornare dell’anno, per loro il mondo si capovolgeva, e il più misero di tutti, lo straccione affamato, il ventre vuoto da riempire, lo schiavo senza diritti, lui, proprio lui in carne e ossa, diventava il re della festa, e Carnevale saliva in trono. Le vie dei paesi erano ancora quasi vuote, le automobili sembravano in quel giorno strani a arcaici animali, rovine dissotterrate dall’antica città dei padri. Persino i camion sgangherati su cui salivano musicanti e ballerini smettevano di essere camion, e diventavano carri trainati da asini e animali da soma, grandi carri arrivati dalle profondità del Tempo. E di chi era, Carnevale? Carnevale era di tutti e di nessuno: di tutti quelli che lo facevano sbattendo due coperchi di pentole o due mani nude, e di nessuno tra quelli che chiudevano le porte impauriti dal trionfo ebbro della vita. E chi erano le maschere carnascialesce, gli uomini-donne e le donne-uomini, le facce truccate misteriose che facevano scompisciare dalle risa le vecchie donne sdentate agli angoli delle vie e sulle porte? Chi erano le pacchiane con le schiocche rosse sulle guance, e i damerini con i cappelli a cilindro, e le spose sguaiatamente seducenti? Erano impiegati, e disoccupati, e studenti, e spazzini, e laureati, e manovali, e scioperati, e matti, e savi, e donne, e uomini, e vecchi, e bambini, e tutti, e nessuno.
Veniva dalle profondità di una città sepolta che non vedrà mai più luce, il Carnevale. Veniva dai mascheroni grassi e sfacciati e furbi di Bucco, e Dossenus, e Maccus: guidati dal grande, orrendo, osceno, ingordo, vitale Pappus. E il paese che si chiamava Sant’Arpino, e che cominciava a non essere più un paese, per qualche ora tornava a ballare al ritmo dei sistri e dei tamburelli dei satiri atellani: e per qualche ora l’utopia si toccava con mano. Il ricco e il povero insieme a braccetto, il colto e l’incolto a bere senza schifo dal collo di una stessa bottiglia a cui avevano già bevuto altri, e maschi e femmine liberati per qualche attimo da convenzioni e etichette. Il Carnevale era una piccola scheggia di quella società utopica che nella sua vita disperata il popolo aveva sognato per secoli: il Paese di Cuccagna in cui dagli alberi pendono salsicce e i fiumi scorrono vino, il Paese Meraviglioso in cui lo sfruttamento dell’uomo è finito, il Paese del Sogno in cui il corpo non è più incarcerato dal terrore del peccato e della colpa, il Regno dell’Abbondanza dove tutto è permesso perché ciò che è permesso è fatto in nome del piacere di tutti, Il Mondo stava già cambiando radicalmente, e invece di vivere il piacere che si gode con i propri occhi e mani e bocche, ormai il popolo si accontentava di invidiare su uno schermo falso il piacere dei suoi padroni: ma le ore di festa del Carnevale ricordavano a tutti l’antica favola di una Festa che non finirà mai, di un ritrovato Eden della beatitudine carnale, il luogo al cui ingresso sono affisse le parole del
Faust di Goethe: Godere rende uguali.
E ora? Ora il film è muto. Lo vedi in queste pagine, lettore. Mancano le voci, i clarini, i piatti, le urla, il sudore, il riso. E’ giusto così, perché queste fotografie sono immagini salvata da un naufragio. Il rito è finito? Tutto è divorato fino all’anima dal carnevale della politica, e la quaresima viene solo per quella massa non più popolo che l’ha permessa. Le strade bianche e vuote sono state riempite dal frastuono quotidiano, l’antica città sepolta è stata riseppellita tanto tempo fa da speculatori e ignoranti, la vita a rate si è impadronita della vita vera. Se tutti i giorni è carnevale, se la mascherata sugli schermi e dovunque è continua, la vera festa è finita. Il Carnevale era di tutti, era gratuito, era contro le gerarchie, era contro le divisioni, era contro l’isolamento. Ma i tempi non sono più così. L’allegria è ormai telecomandata, le quadriglie le fanno in televisione i vip pagati a caro prezzo dai poveri cristi, e per via, in auto, nelle case, dovunque, ognuno si sente nemico di tutti e sente tutti suoi nemici. E si chiude. Sbarra le porte. Mette i chiavistelli al corpo e le manette alla mente. Non beve più dal collo di una bottiglia dove hanno bevuto gli altri. E Carnevale si allontana. La festa spegne i suoi fuochi, la legna non crepita più, l’unica luce nella notte è quella degli spettri televisivi. Silenzioso, Don Vincenzo si allontana, si copre la faccia, non vediamo se ride o piange, non vediamo più niente. Don Vincenzo che moriva e trionfava, e ogni anno tornava a nascere, abbandona i suoi luoghi. Carnevale scende a inumarsi nell’ipogeo della memoria, la sua lingua presto sarà incomprensibile, una lingua morta, oscura, indecifrabile. E allora si potrà dire solo: Beati quelli che hanno fatto in tempo a vedere i giorni della morte e del trionfo di Carnevale.
Ma i pezzi della memoria ora sono qui, piccoli tasselli di un mosaico che è stato vivo, tasselli e schegge di un turbinio che Salvatore Di Vilio ha visto e ha riconosciuto. Senza cavalletto, senza trucchi, senza artifici, Di Vilio ha fotografato la festa e il rito: le immagini da eterna provincia felliniana che non è più; il gusto eccitato del trucco e del travestimento; le maschere viventi in cui un paese si riconosceva beffardo e malinconico; il
tourbillon del ballo che fa frusciare le gonne e girare le teste; il teatro atellano che per qualche ora sbuca dal sottosuolo e torna a battere il piede a ritmo dell’allegria. Di Vilio si è aggirato nella festa con l’occhio di un Bruegel innocente, lui stesso parte della festa, lui stesso afferrato dal demone di Carnevale. E allora le sue immagini si spingono al limite, si sottraggono alla gabbia della tecnica: foto notturne sull’orlo del visibile, sboccamenti e sgranature che sono più commoventi di qualsiasi perfezione, tagli di luce e di nero da artista che non ha paura di guardare. Il suo occhio è incantato, ama quello che vede come se volesse toccarlo, e fissa nel suo obiettivo il contrario della morta obiettività. E cosa ha a che vedere con l’obiettività la follia di Carnevale, la santa follia che ci vuole tutti diversi e tutti unici? Oggi Salvatore Di Vilio è un fotografo professionista, che lavora da solo e insieme agli artisti di “Underworld”, Teresa Dell’Aversana e Francesco Capasso: ma ieri, trent’anni fa, era Salvatore, era uno di quei ragazzi che volevano che la vita scorresse liberata e semplice, e ogni sua foto lo dice, e dice il passare del tempo che cambia tutto. Dove sono oggi ‘a Pantera, ‘o Mussuto, ‘o Marocco? E chi lo sa se Totonno ‘a Maccarunara inforna ancora il pane, chi può dire se Catapepp’ ha trovato infine la pace, chi ci dirà se ‘O Toro è ubriaco anche nell’aldilà? E chi si ricorda ancora di quelli che scendevano ‘a Copp’ ‘a Ferrumma, di quelli che salivano ra Chiazza Marì Atella, di quelli che sbucavano ra vascio Sucì, ra sott’ ‘e Cierre, r’areto ‘o Munazzero? E per quali misteriosi danzatori suona ora ‘a Banda ‘e Asse ‘e Spade la sua stonata musica da New Orléans atellana? Oggi restano solo frammenti, poche immagini su una fragile pellicola, e la memoria di chi può dire: io ho visto.
“Se ne vanno, se ne vanno! Le maschere se ne vanno!”
“Ma perché? E dove?”
“Se ne vanno dove si aspetta di risorgere, nel buio sotto la terra o dentro il buio delle palpebre calate sugli occhi.”
“Ma torneranno?”
“Il clarino non fischia, la grancassa è lacerata, le mani non sbattono più. Io non sento più la musica!”
“Ma busseranno ancora alle nostre porte? Torneranno ad aprirsi i cortili, e i chiavistelli saranno tolti per farli entrare?”
“Carnevale è di tutti e di nessuno, non ha né servi né padroni, e fa quello che gli pare. Chi può dire se tornerà? Io non lo so. Ma tu, tu sei pronto a spazzare via il falso carnevale che ci opprime? Sei pronto a riprenderti ciò che è tuo? Sei pronto a vivere in corpo e anima? Carnevale compare solo se i vivi e i morti si parlano tra loro, la vita la vive solo chi sa accettare che tutto passa, la musica comincia solo se sei pronto a ballare. Sei pronto?”



Testo di Giuseppe Montesano tratto da: “Trionfo e morte di Carnevale”

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