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Memorie storico-critiche...

RASSEGNA LETTERARIA

Memorie storico-critiche sulla vita di S. Elpidio, Vescovo africano e Patrono di Sant'Arpino
(di Francesco Paolo Maisto - edizione 1884)


PRESENTAZIONE

Nel solco dell'impegno per il recupero e la valorizzazione della memoria storica, obiettivo che la Pro Loco persegue da venticinque anni, ho l'onore - in qualità di presidente dell'associazione - di presentare alla cittadinanza la ristampa del libro di Francesco Paolo Maisto "Memorie storico-critiche sulla vita di S.Elpidio, vescovo africano e patrono di S. Arpino. ". E' questa un’opera storica di grande valore pubblicata nel 1884 e della quale ormai erano rimaste solo pochissime ed ingiallite copie. Divulgare e rendere popolare la cultura atellana è sempre stato nel DNA della Pro Loco ed in venticinque anni di vita associativa, si è sempre impegnata per far conoscere le tradizioni e la storia del nostro millenario paese. Questo recupero editoriale si è reso necessario per non perdere un pezzo importante di memoria e per consentire ai giovani di conoscere meglio il nostro immenso patrimonio culturale.
L’operazione di ristampa di un libro ultracentenario oltre che avere un indiscusso valore culturale, a nostro parere, serve anche a rafforzare il tessuto connettivo della comunità e rinsaldare il rapporto fra passato e presente riannodando con il filo della storia i rapporti fra vecchi e nuovi cittadini di uno stesso paese.
Questa ristampa, tra l’altro, intende anche perseguire una finalità che collima con quella che ispirò oltre un secolo fa la prima pubblicazione del testo: la ristrutturazione della Chiesa di S. Elpidio Vescovo. Infatti il nostro illustre concittadino, F.P. Maisto, pubblicò il libro proprio nell’anno (1884) dei lavori di ristrutturazione ed ampliamento della nostra parrocchia; adesso, nel 2010, il libro viene ripubblicato anche con lo scopo di contribuire alla raccolta dei fondi necessari al restauro della nostra seicentesca ed amata Chiesa. La storia, in tal modo, diventa un giacimento culturale da cui attingere per alimentare quelle radici che la storia stessa ha ramificato. Alla luce di quanto sopra, tutto appare in un unico sottofondo emotivo che mette in risalto la tenacia di un paese profondamente legato alle proprie radici, che si impegna per non perdere i propri valori legando con la parola scritta il sentimento nel destino. In questa moderna edizione, al fine di rendere ancora più gradevole e completa la lettura, il testo originale è seguito da una nuova sezione in cui figurano anche degli “inediti”: la ricostruzione planimetrica della prima chiesa di S.Elpidio V.; i documenti anagrafici dell'autore; la traduzione delle epigrafi latine; un'immagine ottocentesca del nostro Santo Patrono. Anche stavolta, come da tradizione della Pro Loco, il lavoro è stato corale e pertanto mi sia consentito di ringraziare tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di quest'altro importante traguardo. In particolare Roberto Di Carlo per la disponibilità del testo; Elpidio Iorio per la sua inesauribile passione e capacità organizzativa; Giuseppe Dell'Aversana per la sua profonda conoscenza della storia locale e la sua grande capacità di coinvolgimento; Ziello Francesco per l'immancabile sostegno operativo; Maria Cinquegrana, per la preziosa collaborazione intellettuale; D'Ambra Adele ed Erminia Aimone per la traduzione delle epigrafi latine; Salvatore Di Leva per la professionalità e la passione mostrata; Guido Rocco e Raffaele Dell'Aversana per la cortesia e disponibilità data nel metterci a disposizione l’antico testo; il parroco don Umberto D'Alia per aver sostenuto l'idea fin dall'inizio; Vittorio Errico per l' impegno e la passione profusi nel lavoro di grafica; Francesco Capasso per la collaborazione iconografica; Raffaele Persico, Gino Della Rossa, Antonio D'Ambra, Alfredo Dell'Aversana e Salvatore Della Rossa per il loro immancabile e puro volontariato offerto nella realizzazione dell'opera; Teresa Dell'Aversana ed Elpidio Pezzella, per la loro costante vicinanza alla Pro Loco; le ragazze del servizio civile e gli impiegati comunali del servizio anagrafe per l'aiuto offerto nelle ricerche.
Infine, ringrazio ed abbraccio indistintamente tutti i soci che con passione, aderiscono alla nostra associazione sostenendola in questo percorso nel sociale finalizzato a recuperare e divulgare le radici della nostra millenaria storia.


Sant'Arpino (CE) Febbraio 2010.

Il Presidente
Aldo Pezzella



INTERVENTO


La nostra antica e incantevole Chiesa Parrocchiale di Sant’Elpidio V., fu fatta costruire da Alonzo III Sanchez de Luna nel 1590 al posto della omonima chiesa che fu abbattuta per innalzare il nostro meraviglioso Palazzo Ducale. Originariamente più piccola dell’attuale chiesa e senza cupola, è stata rimaneggiata più volte nei secoli successivi fino ad ottenere nel 1884 l’attuale fisionomia a croce latina. È l’unica Chiesa Parrocchiale che, nel territorio atellano, presenta sulla facciata due torri campanarie con orologi pubblici. Misura 44 metri di lunghezza per 19 metri di larghezza. Nelle navate laterali presenta 10 altari più un meraviglioso altare maggiore del ‘700, con splendida balaustra in marmo policromo in stile barocco, donato da Sua Ecc.za Mons. Marco De Simone, vescovo di Troia, nativo di Sant'Arpino, che nel 1754, insieme al fratello medico Antonio, abbellì a proprie spese la nostra stupenda Chiesa Parrocchiale.
Considerata la gravità in cui versa attualmente la parte interna della nostra Chiesa Parrocchiale, in cui sono presenti evidenti lesioni strutturali alla cupola e al transetto, stucchi fatiscenti e cadenti, e affreschi che richiedono un urgente intervento di recupero conservativo, ci siamo attivati su più fronti affinché, al più presto, si giunga ad un sostanziale intervento di restauro non solo architettonico, ma anche artistico. In questa nobile iniziativa sono stati coinvolti non solo i singoli fedeli con una raccolta di offerte libere, ma anche le istituzioni civili e religiose.
Il mio appello è rivolto anche le Associazioni presenti sul nostro territorio cittadino, perché si attivino con iniziative specificatamente rivolte alla raccolta di fondi per il restauro, così da evitare che la nostra Chiesa Parrocchiale possa andare incontro a gravi problemi di inagibilità della struttura, impedendo a tutti noi di poter usufruire di un luogo che per noi è “sacro”, non solo dal punto di vista culturale, ma soprattutto “affettivo”! L’opera di restauro architettonico e artistico richiede, come tutti noi possiamo immaginare, una ingente somma e perciò occorre lo sforzo di tutta la comunità santarpinese.
Con vivo piacere ho appreso la bella notizia della volontà della Pro Loco di Sant’Arpino di aderire a questa nobile iniziativa, partecipando fattivamente alla raccolta fondi per il restauro della nostra Chiesa Parrocchiale. Ringrazio il presidente della Pro Loco Aldo Pezzella e tutti i componenti dell'associazione, per la sensibilità dimostrata e per il contributo indispensabile che la Pro Loco, da tanti anni, profonde per la salvaguardia del patrimonio storico e culturale di Sant'Arpino.
La ristampa, curata dalla Pro Loco, del libro del nostro Francesco Paolo Maisto rappresenta un'iniziativa doppiamente valida in quanto, da un lato recupera alla nostra memoria un testo importante che registra un pezzo della storia della nostra comunità, dall'altro lato tale iniziativa contribuisce a raccogliere fondi per salvaguardare quel luogo sacro che ha favorito, nelle passate generazioni, il radicamento profondo delle nostre radici cristiane, radici che vogliamo conservare e trasmettere alle future generazioni. Il testo del Maisto ha la peculiarità di essere stato pubblicato per la prima volta nel 1884, proprio in occasione della ristrutturazione e dell’ampliamento della nostra Chiesa Parrocchiale, e pertanto è storicamente legato a doppio filo a questa nostra stupenda e seicentesca chiesa madre che merita di ritornare al suo antico splendore.
Il mio plauso, dunque, va a questa encomiabile iniziativa della Pro Loco, nella speranza che il popolo santarpinese aderisca numeroso, con una spontanea donazione, per testimoniare la propria generosità e sensibilità verso la venerata e amata Chiesa Parrocchiale del nostro celeste Patrono Sant’Elpidio.

Sant'Arpino, 11 Febbraio 2010

Il Parroco
Don Umberto D'Alia


PREFAZIONE

Questo libro, scritto verso la fine del 1800 dal medico santarpinese Francesco Paolo Maisto, ha rappresentato una pietra miliare per la storiografia di Atella e di Sant'Arpino, tutti gli studiosi che nel corso del novecento hanno scritto sulla nostra amata terra hanno avuto in tale opera un punto di riferimento imprescindibile. Il libro "Memorie storico-critiche sulla vita di S.Elpidio, vescovo africano e patrono di S. Arpino. " è stato una fonte inesauribile di notizie e approfondimenti, una miniera in cui hanno scavato i ricercatori di storia atellana, la sua scomparsa sarebbe stato un danno notevole per il patrimonio culturale atellano, bene ha fatto la Pro Loco ad impegnarsi per la sua ristampa. L'opera del Maisto, insieme agli scritti dell'avvocato Carlo Magliola (1755) e dell'abate Vincenzo De Muro (1840), rappresenta i punti cardinali per l'orientamento nella conoscenza storica del nostro passato. Scritto in occasione della ristrutturazione della chiesa parrocchiale di S.Elpidio, trasuda di amore e passione in ogni pagina, il suo autore oltre che una spiccata conoscenza storica, mostra attraverso quest'opera anche un fortissimo sentimento filiale nei confronti della sua terra natia. Da una lettura attenta del libro, traspare l'immensa biblioteca da cui ha attinto l'autore, nel testo infatti vengono citate dettagliatamente decine e decine di scrittori e testi di riferimento che rimandano a loro volta ad altri libri e ad altri innumerevoli autori. Ciò lascia immaginare la mole enorme di testi consultati e studiati dal Maisto per documentare i contenuti della sua opera ed a riprova ulteriore di ciò basta notare che le note numerate a piè di pagina (che citano o riportano le fonti scritte a cui far riferimento) sono tante e tali che a volta riempiono l'intera pagina. L'opera in sostanza è divisa in due parti: la prima tratta di Atella e di Sant'Arpino; mentre la seconda parte si occupa della vita e dei miracoli del nostro Santo protettore Elpidio. La prima parte si apre con la descrizione della regione Campania e delle sue antiche popolazioni al tempo della fondazione di Atella. Dopo aver descritto il contesto storico in cui nasce Atella, l'autore compie anche una disamina approfondita sulle Fabule e sulle monete atellane. Dovizioso ed esclusivo il paragrafo afferente la monetazione. Affascinante la ricerca svolta sulla fonetica, sulla lingua osca e sugli influssi della stessa sul nostro dialetto.
Immediatamente dopo propone un’indagine storica sulla nascita del comune di Sant'Arpino dalla città madre di Atella, arricchita di notizie biografiche sugli uomini illustri del nostro territorio. In questa parte del testo il Maisto si sofferma sull'origine del villaggio di Sant'Arpino insistendo molto sulla convivenza dello stesso con Atella. Con precisi riferimenti documentali e con il rigore scientifico dello storico, dimostra come Atella sia in realtà sopravvissuta quasi fino al IX sec. d.C.. In particolare tende a sottolineare la differenza fra Aversa ed Atella, dimostrando come Sant'Arpino rappresenta l'unico paese sorto sulle rovine dell'antica città. La seconda parte del libro, quella che parla della vita di S.Elpidio, si apre con un’analisi approfondita dell'Africa nel sec. V d.C. e del suo rapporto con l'impero romano.
L'autore in queste pagine descrive con maestria le condizioni sociali, civili e culturali di quelle terre che diedero i natali a Sant'Elpidio. Da tali descrizioni traspare la profonda diffusione del cristianesimo nell'area nord occidentale del continente africano all'inizio del quinto secolo. Nelle pagine successive passa poi a descrivere la vita di Elpidio, vescovo africano, e le persecuzioni che dovettero subire i cristiani di quelle contrade dopo l'invasione dei vandali di Genserico. In questo contesto - in polemica anche con il de Muro - tende ad evidenziare che S. Elpidio dopo il suo sbarco in Campania, diviene il primo vescovo di Atella, suffragando tale tesi con documenti e ragionamenti ben precisi. Inoltre l'autore si sofferma sulla descrizione dei diversi miracoli attribuiti a S.Elpidio per finire poi ad elencare le varie chiese della diocesi atellana. Il libro, che è stato come una lanterna nel buio delle tenebre della storia atellana, è scritto con un linguaggio moderno, diverso da quello in genere utilizzato in opere dello stesso periodo. L'impostazione complessiva risente fortemente della cultura "scientifica" dell'autore che seziona in lungo ed in largo il "corpo della storia" analizzando con cura ogni parte, scendendo in profondità nelle parti più importanti e terminando ogni capitolo con l'indicazione cronologica dei fatti salienti per dare al lettore la giusta scansione degli eventi temporali. La vena poetica e sentimentale esplode poi nel finale dell'opera con un'appendice contenente odi, inni e canti in onore di S.Elpidio scritti dallo stesso Maisto e da altri letterati del tempo. Rimane questo, dopo più di centoventi anni, un libro da leggere con passione e da conservare con cura nella biblioteca di tutti noi santarpinesi.


Febbraio 2010

Giuseppe Dell'Aversana
Presidente onorario Pro Loco


RELAZIONE DELLA PRESENTAZIONE DELLA RISTAMPA


L’attuale Chiesa di Sant’Elpidio è stata costruita nel XVI sec. da Alonzo III Sanchez de Luna, al posto dell’omonima fatta abbattere per il Palazzo Ducale, originariamente era di dimensioni più piccole dell’attuale ed era senza cupola, è stata rimaneggiata più volte nei secoli successivi fino a ottenere l’attuale fisionomia nel 1884.anno in cui F.P.Maisto redasse questo testo.
Prima di iniziare a parlare delle ricerche del Maisto è quanto mai opportuno dire che l’autore si è confrontato con altri studiosi mettendo se stesso e le sue ricerche in continua discussione.
Bisogna mettere in conto che parliamo del 400 D. C, e la stampa viene inventata solo mille anni dopo. Quindi qualsiasi ricerca fatta dagli studiosi si basa soprattutto su documenti scritti a mano, la cui veridicità o la cui comprensibilità è sempre più opinabile rispetto a libri stampati. I contrasti si rilevano soprattutto sulla data di nascita di Sant’Elpidio e sulla sua venuta in Atella. Per esempio i padri bollandisti (padri Gesuiti) nel loro libro “la vita di Sant’Elpidio”, fanno risalire la rinascita di Atella nell’anno 395 sotto Papa Siricio, per poi scrivere di San Castrense che era stato cacciato dall’Africa nel 437 sotto Genserico. Questa è la prima contraddizione. Il Maisto, dopo varie ricerche, decide di seguire le teorie di Vittore Vitense (storico e Vescovo africano esistito tra il 430 e il 484-autore della HISTORIA PERSECUTIONIS AFRICANAE PROVINCIAE, è la principale testimonianza contemporanea delle politiche anti-nicene del regno dei Vandali) , il quale sostiene la cacciata di Elpidio dall’Africa nel 440, poco tempo dopo la cacciata del vescovo di Cartagine QUODVULTDEUS, e del suo clero. Ovviamente si è confrontato anche con altri storici quali l’Henschenius, il quale fa risalire la cacciate dei dodici al 438, e con l’Ughello, il quale la fa risalire al 442.
Ora però iniziamo a riportare qualche notizia su chi era Elpidio? Da dove provenisse? Per quali motivi è giunto fino ai nostri lidi e ha fondato la nuova comunità di Sant’Arpino… e se è stato il primo vescovo di Atella… in base alle informazioni che ci sono state lasciate dal Maisto in questo testo.
Prima di parlare di Sant’Elpidio e della fondazione della comunità cristiana sorta in un piccolo borgo di Atella, è opportuno dare uno sguardo all’Africa nel V secolo.
Tertulliano , apologeta latino, ci parla di un Africa meravigliosa e pura nei primi secoli di cristianizzazione.
Quattordici secoli fa, sorgevano sparsi intorno a quelle terre, innumerevoli Chiese, rette tra vescovi e primati. Una popolazione fiorente, industriosa e felice obbediva al vangelo , e dava allo Stato così come alla Chiesa, uomini sommi per mente e per cuore: Cipriano,lo stesso Tertulliano, Agostino, che con la sua fulminea eloquenza e dialettica mantenne alta la Fede tra le popolazioni africane.
L’africa, agli inizi della comunità cristiana, ossia ai primi tempi della Chiesa, poteva considerarsi la sede del Cattolicesimo. In essa si tennero più di sedici concilii generali, e due ecumenici.
Cartagine, l’odiata rivale di Roma, , sorgeva florida e ricca, bella per civiltà e per cultura. Era in pratica l’anima dell’Africa.
Gli stranieri, che si fermavano in essa, ne ammiravano i palazzi e le piazze, gli splendidi templi, i teatri, le terme. Dopo Cartagine c’era Cirta, città grande e magnifica, e poi Ippona, posta su due colline, popolata di scuole, teatri, palazzi Chiese e conventi. Tra tutti questi splendori, a mezza costa verso Levante, un maestoso edificio quadrangolare, eretto da Sant’Agostino, ricoverava i poveri e gli infermi.
Ripercorrendo la storia della Chiesa nei primi secoli della sua esistenza, non si può dunque non restare meravigliati davanti al sublime spettacolo che presenta la Chiesa Africana .
Venne però il tempo delle prove e delle persecuzioni, e le principali cause furono lo Scisma dei Donatisti, l’eresia degli Ariani, le fatali irruzioni dei vandali. A questo punto ci si chiede perché una regione tanto devota è stata devastata tanto? le ragioni che portarono a tante sciagure e alla rovina della Chiesa africana, devono essere ricercate nello stato morale in cui si trovava questa regione. I costumi dei primi tempi, tanto elogiati da Tertulliano, si erano mutati in uno spettacolo nefando di corruzione. Invano tanti illustri vescovi africani, tra cui risplendeva il nostro Elpidio, si opponevano contro la minacciante marea. Al pervertimento dei costumi si associò l’indebolimento dell’impero romano, il quale dovette cedere e piegarsi dinanzi ai barbari invasori.
Cerchiamo di vedere più da vicino cosa erano questi flagelli che si abbattevano sull’Africa:

Il donatismo, che prende il nome dal suo iniziatore DONATO DÌ CASE NERE, fu un grande movimento scismatico che fiorì nel IV secolo e abbracciò ampie zone della chiesa africana. Le origini del movimento possono essere fatte risalire alle prime persecuzioni pagane nei confronti dei cristiani, in particolare, in occasione di quelle volute da Diocleziano (245-313 d.C.). Le chiese vennero ad assumere atteggiamenti assai diversi le une dalle altre. Alcune persone accettarono il martirio come qualcosa di benvenuto, altre lo interpretarono come un'inevitabile conseguenza del combattimento tra Cristo e Cesare, altri ancora, più prudentemente, cercarono di temporeggiare, mentre altri finirono con l'abiurare per aver salva la vita.
I Donatisti molestarono la Chiesa per più di un secolo, fino a quando nel 410 Onorio, imperatore d’Occidente, emise un editto di tolleranza che permetteva ai vescovi Cattolici e Donatisti di radunarsi (per volere di Agostino, gli uomini di Chiesa dovevano avversare il nemico non con atti violenti, ma attraverso la docile disputa). La conferenza avvenne nel 411 e i Cattolici ne uscirono vittoriosi costringendo i Donatisti a pagare ingenti ammende per riparare i danni causati. Non furono però cacciati dalla regione, e, quando Genserico, che era ariano, raggiunse queste infuocate terre, si unirono a lui contro i Cattolici.
Dopo i Donatisti, ecco l’altra grande minaccia per la Chiesa Africana: l’Arianesimo. Questo movimento prende il nome dal suo fondatore Ario
Ario era un monaco e teologo cristiano, che fu condannato dal primo concilio di Nicea,( 325d.C ) perché sosteneva che la natura divina di Gesù fosse inferiore a quella di Dio. Ario non negava la Trinità, ma subordinava il figlio al Padre, negandone la consustanzialità. La guerra si faceva proprio alla parola consustanziale del Simbolo. Chi continuava ad aderire alla cattedra di Pietro veniva chiamato Cristiano Cattolico, eretici invece venivano chiamati i dissidenti. L’eresia di Ario, lo Scisma dei Donatisti, ancor prima delle persecuzioni vandaliche, ci ricordano le immense fatiche fatte da tanti vescovi africani e dal nostro Elpidio, per confutare quegli errori e mantenere il popolo nella fede. Andiamo a vedere chi era Genserico e come iniziarono le persecuzioni.
Genserico era il secondo uomo più potente tra i Vandali, dopo il nuovo sovrano, il fratellastro Gunderico. Dato che i Vandali avevano subito numerosi attacchi da parte dei Visigoti, Genserico, poco dopo essere salito al trono, decise di lasciare loro la penisola iberica per volgersi alla conquista dell'Africa romana. Infatti, sembra che avesse iniziato a costruire una flotta ancora prima di essere asceso al potere.
Nel 429, guidò il suo popolo (circa 80.000 persone, di cui 15.000 in armi) nella provincia d'Africa, attrattovi dalla situazione di caos venutasi a creare per la rivolta dei Mauri, che l'autorità imperiale non riusciva a controllare, e forse chiamato dal generale romano Bonifacio, caduto in sospetto presso la corte romana e vicino alla resa dei conti con il generale Ezio e l'imperatore Valentiniano III.
Portata a termine la traversata (di circa 15 km), i Vandali si riversarono in Mauretania (l'odierno Marocco e l'attuale Algeria nordoccidentale), dove conquistarono Caesarea (l'attuale Cherchel, vicino ad Algeri). Giunto in Cirtana (l'odierna Algeria orientale), Genserico vinse molte battaglie contro i Romani, conquistandola, nel 430, senza però penetrare nelle città, come Cirta ed Ippona; Bonifacio si era chiuso ad Ippona: Genserico vi pose l'assedio (e durante l'assedio, il 28 agosto 430, morì sant'Agostino), ma, mancandogli le tecniche ed i macchinari per l'assedio, non riusciva a prenderla; nel frattempo, inviato dall'imperatore d'Oriente, Teodosio II, era giunto, guidato da Aspar, un contingente militare che unitosi alle truppe di Bonifacio, attaccò Genserico, il quale ripetutamente, nel 431, li sconfisse, costringendo Aspar a rientrare a Bisanzio e Bonifacio a rinchiudersi nuovamente a Ippona, la quale finì per cadere.
Genserico, radunate le sue forze, cominciò a comportarsi come un sovrano autonomo, destituendo i sacerdoti ortodossi che si opponevano all'arianesimo e, dal 437, cominciò ad esercitare la pirateria: pirati vandali, in quell'anno, razziarono le coste siciliane. Ecco , dunque come iniziarono le persecuzioni vandaliche.
A questo punto lasciamo un po’ l’Africa e allunghiamo lo sguardo alla Campania, prima della venuta di Sant’Elpidio. Innanzitutto c’è da dire, che la Campania, quando giunsero i 12 vescovi, non era affatto immersa interamente nelle tenebre del paganesimo, ma fin dai tempi Apostolici, vi fu predicata la fede di Gesù Cristo. Napoli per esempio aveva iniziato la serie dei suoi vescovi con Sant’Aspreno, Capua con San Prisco, Atina con San Marco.
A Cuma e a Pozzuoli si crede che a predicare la fede sia stato San Paolo in persona.
Nonostante tutto, il paganesimo era comunque dominante in questi luoghi; idoli pagani sorgevano in mezzo ai nuovi templi Cristiani. Atella era in pieno paganesimo, a Casapulla sorgeva il tempio di Apollo.
Le fatiche degli Apostoli Pietro e Paolo non erano bastate nella Campania, bisognava l’opera di nuovi Apostoli.
Immiserita, oppressa, caduta sotto gli imperatori, nell’avvilimento e nell’abbandono, la Campania parve risorgere a nuova vita al soffio potente della fede, predicata appunto dai nuovi Apostoli del Signore.
CHI ERANO QUESTI VESCOVI, E COME GIUNSERO SUI NOSTRI LIDI?
Ci siamo fermati prima all’anno 437 dell’era cristiana, quando Genserico, re barbaro, animo crudele e feroce, cercò di accattivarsi l’animo dei vescovi mediante blandizie, al fine di far loro abiurare il cattolicesimo ed abbracciare l’arianesimo. La fede dei Santi Vescovi non vacillò un attimo, ma tutti con voce unanime gridavano di preferire la morte che aderire alle dottrine di Ario.
Incatenati e torturati, 12 vescovi ( Tra i quali vi era il nostro Elpidio) vengono condotti dinnanzi al Tiranno e rinchiusi in una orrenda prigione.
Qui seviziati e torturati con sassi, bastoni di ferro e schiaffi, non cedono e continuano intrepidi nella loro Fede. Anzi sono lieti dei patimenti che soffrono per la Fede.
Torturati e rinchiusi nel buio della cella, i santi vescovi ricevono una notte la VISITA DÌ UN ANGELO DEL SIGNORE, ai quali dice che il Lor Signore Gesù Cristo non Li aveva abbandonati, Lo aveva mandato per dare loro forza, ma anche per comunicargli che a ciascuno di loro era destinato un luogo in cui avevano il compito di convertire i popoli dimoranti ( pag 112)

Passiamo ora a conoscere la figura di Sant’Elpidio, l’epoca e luogo della sua nascita, il percorso fatto verso il sacerdozio.
Sant’Elpidio, secondo le fonti più accreditate, nasce intorno all’anno 400 dell’era Cristiana, nella Mauritania Cesariense ( Luogo dove era approdato Genserico)
S’ignora quale fosse la sua patria e quali i suoi natali. Purtroppo il furore vandalico di questi periodi ha avvolto il tutto nel velo dell’oblio. Iniziamo col dire che il nome Elpidio deriva dal greco Elpis e vuol dire speranza, fiducia.
La storia tramanda che ebbe un nipote chiamato Elpicio, cresciuto dal Santo in modo amorevole fin dalla più tenera età. Da giovane nel pieno delle lotte intestine tra cattolici, eretici e scismatici, fu spettatore di scene sanguinose e terribili. Ricco di scienza dovizioso di fede armato della corazza dei martiri, seguendo la scia di Agostino, Elpidio scese nell’arena e puntò con tanto coraggio contro gli orrori e l’eresie dei suoi tempi. Abbandonati gli agi e le delizie del mondo, Elpidio corse a grandi passi per la via della virtù e della perfezione cristiana. Padre e Pastore era amatissimo dal suo gregge, e come Agostino, decise di combattere gli avversari con la docilità delle dispute, l’indottrinamento, e con virtuosi esempi. Predica incessantemente la verità Evangelica, e mai lascia la sua diocesi, se non col popolo e dopo il popolo.
All’inizio abbiamo sostenuto che la cacciata dei 12 vescovi dall’Africa avvenne intorno al 440. Tale data viene corroborata anche dallo storiografo Michele Monaco il quale dice che vi è nel manoscritto che narra la vita di San Castrense un indizio certo, anzi viene detto di più, e cioè che l’approdo di Sant’Elpidio e i compagni sui nostri lidi risale al 10 maggio del 440.
L’esame della vita di San Castrense, inoltre, ci informa che i dodici confessori di Cristo, erano già tutti vescovi prima che iniziasse la persecuzione. Ora se la persecuzione ebbe inizio nel 437, e il nostro Santo Patrono è nato nel 400, si evince che Elpidio fu insignito dei gradi di vescovo ancor prima di compiere 37 anni.
La leggenda li vuole su una barca, gettata dai vandali, nel mare senza remi, con la speranza che morissero inghiottiti dai flutti. Con l’aiuto di un angelo l’imbarcazione andò diritta verso i nostri lidi,dove sani e salvi i 12 santi poterono iniziare il loro compito di evangelizzatori.
San Prisco, il più anziano dei vescovi, si fermò a Capua; San Castrense si diresse nelle terre che oggi chiamiamo Mondragone, San Marco si diresse a Bovino, San Adiutore si diresse a Cava, San Canione ad Acerenza, San Secondino a Troia, San Tammaro a Benevento, Sant’Elpidio si diresse ad Atella. S’ignora invece la destinazione di Augusto, Vindonio, Rosio ed Eraclio.
Appena si fermò ad Atella fu accolto festoso da quel popolo desideroso di fede, tant’è vero che gli parve dimenticare i dolori dell’esilio. Consolato dalla presenza di Elpicio e Cione, che gli stavano sempre accanto, iniziò con zelo e fuoco di carità la sua opera di conversione. Si narra addirittura che il Signore Dio aveva glorificato il suo servo con i più grandi e strepitosi prodigi, si diceva che bastava che Egli guardasse solamente gli infermi perché questi risorgessero.
Adorato e amato dal popolo Atellano, questi lo volle al governo della sua diocesi. Ancor prima di diventare vescovo di Atella però, Elpidio corse ad abbattere il tempio di Apollo che sorgeva in mezzo a dei piccoli casolari, piccolo agglomerato detto poi Casapulla, ossia casa di Apollo.
Sulle rovine di quel tempio, Egli costruì una magnifica Chiesa a gloria del Dio Vivente. Convertito il popolo al cristianesimo, Elpidio ritornò nella sua sede vescovile di Atella, dove poi stette fino alla morte. Intanto nel 455 anche Atella veniva devastata dai saccheggiamenti dei vandali provenienti dall’Africa. Elpidio senza perdersi d’animo ma instancabile come sempre, andò raccogliendo gli abitanti superstiti che consolò con i suoi consigli e ammaestramenti. In questo modo li tenne forti e costanti nella fede, ed ebbe anche la gioia di vederli crescere di numero. Si presume che in questo tempo e con questi dispersi atellani Elpidio fondò il nuovo paese che prese il nome del suo fondatore.
Sant’Arpino divenne quanto di più caro il Santo potesse avere. Fece costruire una chiesa che simboleggiava la vittoria della fede sulle tenebre, e il luogo dove Egli soleva recarsi ogni giorno a pregare. Poco tempo dopo l’erezione della Chiesa morirono Elpicio e Cione che Elpidio fece seppellire all’interno di essa. Dopo 22 anni, nel giorno 24 di maggio, moriva anche Elpidio pieno di meriti, virtù e venerato e pianto da tutto il popolo, e per sua diretta volontà venne seppellito nella Chiesa da lui stesso fatta costruire.
Elpidio fu compagno indivisibile di San Canione, entrambi avevano confessato coraggiosamente la fede di Cristo nell’Africa, entrambi furono tradotti innanzi al prefetto di Cartagine e poi martoriati e imprigionati; insieme ad altri compagni furono gettati in mare e spinti dai flutti raggiunsero le nostre spiagge. Qui si separarono essendo San Canione destinato ad Acerenza.
I racconti popolari lo vogliono di nuovo accanto all’amico Elpidio nell’ultimo periodo della sua vita, come la leggenda ci narra morì presso Atella e seppellito accanto ai corpi di Elpicio e Cione. Sempre la stessa leggenda ci narra che dopo la morte di San Canione, Elpidio ebbe una visione ossia lo vide nell’alto dei cieli premiato per le sue virtù e i suoi meriti. Da questa visione Elpidio trasportò ola salma dell’amico Canione in città dandogli onorevole e degna sepoltura in una chiesetta fatta edificare appositamente per lui detta chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il corpo del Santo fu poi trasportato in Acerenza dal vescovo Leone II. Dove ancora oggi si conservano le spoglie con grande venerazione.
Elpidio fu il primo Vescovo di Atella?
Alcuni studiosi, tra cui il nostro De Muro, sostengono che Elpidio non sia stato il primo vescovo di Atella, poiché la Campania era stata una delle prime terre Cristianizzate dagli Apostoli Paolo e Pietro. Quindi facilmente è stato supposto l’esistenza di altri vescovi. Il Maisto al contrario è un sostenitore della tesi che in Atella mai è potuto esistere altro vescovo prima di Elpidio, proprio perché, prima che questi giungesse dalle nostre parti ad Atella imperava il paganesimo. Inoltre tale tesi viene corroborata dalla profezia dell’Angelo il quale quando apparve ai 12 Santi vescovi africani, predisse loro che sarebbero venuti a liberare le nostre terre dall’errore.
Elpidio visse in Atella per uno spazio di 24 anni. Quando morì il suo corpo venne custodito dagli Atellani insieme ai corpi di Elpicio e Cione, nella chiesa eretta da Sant’Elpidio, detta poi chiesa dei Santi. Con le guerre e l’irruzione dei Franchi gli Atellani preferirono trasportare le spoglie a Salerno poiché era allora difesa da Arechi duca di Benevento (seconda metà del 700).
Dalla costituzione pubblicata dall’arcivescovo di Salerno Antonio Marsilio Colonna, nel 1579, si apprende che i corpi dei tre Santi riposano nella cripta inferiore della Chiesa di Salerno in un Altare appositamente fabbricato dalla parte di mezzogiorno.
Successori di Elpidio ad Atella sono stati Ilario o Primo il quale assistette al concilio romano del 464, Felice nell’anno 501, Importuno nel 517 e Eusebio nel 649.
Del corpo di Sant’Elpidio si contemplano,( almeno ai tempi in cui Maisto scrisse il libro) a Sant’Arpino, 4 reliquie: 2 sono collocate nel petto delle due statue: una argentea, l’altra di legno (l’argentea oggi sostituita da quella di bronzo) l’altra si espone nelle solennità del Santo per l’adorazione dei fedeli l’ultima gira per le case a salute e conforto degli infermi. Il popolo di Sant’Arpino ha sempre avuto vivissima fede nel suo Santo Protettore e mai ne è rimasto deluso. Si raccontano molti miracoli e molte grazie ottenute per intercessione di Sant’Elpidio che mai ha abbandonato il suo popolo in tempi di guerre, carestie, siccità e depressioni.
È stato implorato per piogge e rasserenamenti. Si racconta che era tradizione portare Sant’Elpidio in processione presso la cappella di Santa Maria delle Grazie o di San Canione in ricordo delle visite che il nostro Elpidio faceva quando era ancora in vita, presso quella cappella da lui stesso edificata. Si narra di un episodio in particolare accaduto nel 1844, mentre Elpidio veniva portato in processione il cielo si rabbuiò ed iniziò a piovere, tale pioggia non bagnava i fedeli che erano in processione.
Nei secoli sono state raccontate e tramandate oralmente diversi episodi in cui il nostro Sant’ Elpidio ha rivelato la gloria di Dio intercedendo per il suo popolo. Purtroppo mai nessuno ha mai pensato di lasciare scritto qualcosa circa i miracoli. Si racconta di un tale Vincenzo Panettieri, che nell’agosto del 1874 venne ricoverato all’ospedale dei Pellegrini di Napoli per aver riportato diverse ferite all’addome. Il moribondo, in estrema agonia ebbe la visione di Sant’Elpidio, dalla cui figura partivano immensi raggi di luce e accanto al suo letto invece vide un vecchietto che lo incoraggiava nella fiducia e nella speranza. I compagni di stanza si accorsero che il creduto morto iniziava a dare segni di vita. Avvertirono gli inservienti e questi a loro volta i chirurghi. Da quell’istante in poi Vincenzo Panettieri continuò ad andare verso una rapida e sicura guarigione. L’unico episodio, però, fissato nero su bianco, molto probabilmente ad opera dello stesso Maisto, riguarda il conosciutissimo miracolo avvenuto nel Luglio del 1809, quando un tale di nome Carmine Tanzillo, povero paralitico, indebolito dal cocente sole estivo, spossato dal lungo cammino percorso tra strade di campagne, invoca Sant’Elpidio, il quale gli appare in tutta la sua Maestosa Figura e con voce paterna lo aiuta a sollevarsi, pronunciando le celeberrime parole, che lo stesso Gesù aveva usato per riportare in vita Lazzaro: SURGE ET AMBULA.


Sant'Arpino febbraio 2010

Dott.ssa Maria Cinquegrana


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